Guida completa agli obblighi di interesse

17 Gennaio 2024

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AUTORE: Andrea Armani

TAG: Obblighi di interesse

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INDICE CONTENUTI
1. CHE COS’È L’OBBLIGAZIONE DEGLI INTERESSI
2. LE CATEGORIE DI INTERESSI IN BASE ALLA FONTE
3. LE CATEGORIE DI INTERESSI IN BASE ALLA FUNZIONE
4. IL PROBLEMA DEL SAGGIO DI INTERESSE NEGATIVO
5. IL PROBLEMA DELL’USUARIETÀ SOPRAVVENUTA
6. L’ANATOCISMO NEGLI INTERESSI
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L’obbligazione al pagamento degli interessi può essere definita come una prestazione pecuniaria, periodica, percentuale e accessoria.

La pecuniarietà consiste nel fatto che solitamente l’obbligazione si adempie mediante la corresponsione di una somma di denaro. In tal senso, il pagamento degli interessi si ascrive perfettamente alla categoria giuridica delle obbligazioni pecuniarie e trova la sua disciplina nel Libro IV Titolo I Capo VII Sezione I del codice civile.

Non mancano, tuttavia, le tesi di taluni giuristi [1] che ammettono, almeno su un piano teorico, la possibilità di adempiere al pagamento degli interessi mediante beni fungibili diversi dal denaro.

La considerazione prende le mosse dalla definizione del contratto di mutuo di cui all’art. 1813 c.c., in base alla quale “Il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di denaro o di altre cose fungibili, e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità”. La norma sancisce inequivocabilmente la possibilità di realizzare il mutuo mediante la dazione di beni fungibili diversi dal denaro. Ciò, letto in combinato disposto con l’art. 1815 c.c., il quale statuisce che “Salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante […]”, conduce alla considerazione che si possa astrattamente prevedere il pagamento degli interessi nel genere delle cose date a mutuo, nella misura pari a un decimo in ragione d’anno. Secondo altri, invece, nel mutuo di cose gli interessi andrebbero determinati con riferimento al valore delle cose versate [2]. Nella pratica, in ogni caso, gli interessi aventi a oggetto prestazioni in natura sono ignorati, lasciando esclusivamente spazio a quelli pecuniari.

La seconda caratteristica è la periodicità. Essa è intesa, innanzitutto, come funzionale correlazione con il trascorrere del tempo. L’unità temporale minima utilizzata per il calcolo degli interessi è il giorno. Si ponga il caso in cui, a partire dal 1 settembre, siano dovuti interessi pari al 5% annuo: se si vuole calcolare quanti interessi siano dovuti alla data del 15 dicembre del medesimo anno, occorre dividere il tasso del 5% per il numero di giorni che compongono l’anno e moltiplicare il valore ottenuto per il numero di giorni che intercorrono fra la data del 1 settembre e il 15 dicembre.

In secondo luogo, la periodicità fa riferimento anche all’adempimento del pagamento degli interessi. Solitamente, il dovere di adempiere al pagamento sorge alla scadenza del periodo sulla base del quale sono calcolati.

La terza caratteristica è la percentualità. Essa fa riferimento al fatto che la misura degli interessi è espressa mediante una percentuale, detta tasso o saggio. La percentuale si calcola sulla misura della somma capitale.

La quarta caratteristica è l’accessorietà. L’obbligazione al pagamento degli interessi accede all’obbligazione principale: ciò significa che gli interessi esistono a condizione che esista un debito principale liquido ed esigibile, e che le vicende che si producono sul debito principale si trasmettono al debito di interessi. Tuttavia, quest’ultimo ha anche un profilo di autonomia rispetto al debito principale: è soggetto a un termine di prescrizione proprio, distinto da quello del debito principale, e la domanda giudiziale al pagamento del debito principale non si estende automaticamente al debito di interessi, che, invece, deve essere esplicitamente oggetto di una domanda autonoma.

[1] Bianca Massimo, Diritto civile, Vol. 4, Giuffrè, Milano, 2019, p. 175
[2] Per maggiori informazioni, si veda Cian Giorgio e Trabucchi Alberto, Commentario breve al codice civile, CEDAM, Padova, art. 1815

Gli interessi possono catalogarsi in base alla fonte: in tal caso, distinguiamo gli interessi legali, gli interessi convenzionali e gli interessi usuali.

Gli interessi legali sono disciplinati all’art. 1284 c. 1 c.c.: “Il saggio degli interessi legali è determinato in misura pari al […] per cento in ragione d’anno. Il Ministro del tesoro, con proprio decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana non oltre il 15 dicembre dell’anno precedente a quello cui il saggio si riferisce, può modificarne annualmente la misura, sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a 12 mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno. Qualora entro il 15 dicembre non sia fissato una nuova misura del saggio, questo rimane invariato per l’anno successivo”.

Gli interessi convenzionali, invece, sono gli interessi pattuiti dalle parti. In assenza di una pattuizione che determini il saggio degli interessi convenzionali, essi sono dovuti al saggio legale (art. 1284 c. 2 c.c.).

L’accordo con cui le parti stabiliscono interessi superiori al saggio legale deve avere la forma scritta a pena di nullità; in mancanza del requisito formale, essi sono dovuti al saggio legale (art. 1284 c. 3 c.c.). Si ritiene, tuttavia, che, in mancanza della forma scritta, il pagamento al saggio convenzionale ultra-legale degradi a un’obbligazione naturale [3]. Ciò, se da un lato implica l’impossibilità da parte del creditore di esperire l’azione di adempimento, dall’altro legittima la soluti retentio, ossia la ritenzione di quanto spontaneamente è stato pagato in ottemperanza all’obbligo naturale.

L’autonomia privata delle parti nella determinazione del tasso d’interesse non è incondizionata, bensì incontra un importante limite nel divieto di usura, ossia di un saggio di interesse esorbitante rispetto al valore di mercato.

L’usura è una fattispecie rilevante sia in ambito civilistico sia in ambito penalistico. L’art. 644 c. 3 c.p. sancisce che “La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiore a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”. Quella di cui alla prima parte del c. 3 della norma in esame prende il nome di usura oggettiva, mentre quella di cui alla parte finale, usura soggettiva.

La valutazione del tasso d’usura passa necessariamente per il TEGM, ossia il tasso effettivo globale medio, la procedura per la cui determinazione è stabilita dall’art. 2 l. 108/1996. In particolare, emerge la classificazione delle operazioni per categorie omogenee e la rilevazione periodica dei tassi effettivi globali medi operati nelle predette categorie omogenee.

Infine, gli interessi usuali trovano fondamento negli usi. Essi sono richiamati – ancora una volta nell’ambito del contratto di mutuo – dall’art. 1825 c.c.: “Sulle rimesse decorrono gli interessi nella misura stabilita dal contratto o dagli usi ovvero, in mancanza, in quella legale”.

[3] Ambrosoli Matteo, Le obbligazioni. Manuale di diritto civile, Giappichelli, Torino, 2021, p. 177

Diversamente, gli interessi possono essere classificati secondo la loro funzione. In tal caso, distinguiamo gli interessi remunerativi e gli interessi moratori. Gli interessi remunerativi trovano fondamento nel principio della naturale fecondità del denaro; gli interessi moratori, invece, hanno una funzione risarcitoria del danno patito dal creditore.

Gli interessi remunerativi, a loro volta, si dividono in interessi corrispettivi e interessi compensativi.

Gli interessi corrispettivi sono quelli cui si riferisce l’art. 1282 c. 1 c.c.: “I crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro producono interessi di pieno diritto, salvo che la legge o il titolo stabiliscano diversamente. Salvo patto contrario, i crediti per fitti e pigioni non producono interessi se non dalla costituzione in mora”.

La norma in esame costituisce applicazione pratica del principio generale della naturale fecondità del denaro. Dalla sua lettura si evince che, affinché si producano interessi, sono necessari due requisiti, la liquidità e la esigibilità del credito principale. La liquidità attiene al quantum del debito principale: si richiede che esso sia determinato nel suo ammontare ovvero, quantomeno, che sia facilmente determinabile attraverso formule matematiche. Il debito incerto e illiquido non produce interessi corrispettivi: durante la pendenza del giudizio di cognizione, volto all’accertamento e alla liquidazione del credito eventualmente dovuto, maturano interessi – da qualificarsi come compensativi – fin dalla domanda giudiziale, ma divengono esigibili con la sentenza che accerta il credito e condanna il debitore al pagamento. La sentenza provvisoriamente esecutiva – anche se impugnata in appello -, fa scaturire nuovi interessi corrispettivi.

In ogni caso, se il debito deriva dalla commissione di un illecito civile, si producono altresì interessi moratori, come conseguenza della costituzione in mora automatica ex art. 1219 c. 2 c.c. [4].

L’esigibilità, invece, richiede che sul debito principale non gravino termini o condizioni sospensive.

Un esempio di interessi corrispettivi si ha nell’ambito del contratto di mutuo: l’art. 1815 c. 1 c.c. recita che “salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante”. Questo esempio permette di capire quale sia la caratteristica degli interessi corrispettivi: essi rappresentano il corrispettivo per aver prestato il denaro, o comunque per somme liquide ed esigibili.

Gli interessi corrispettivi sono perfettamente ascrivibili alla categoria dei frutti civili.

Gli interessi compensativi sono quelle somme da pagarsi al creditore per compensare il suo mancato godimento di un bene o di somme di denaro dovute a titolo di risarcimento o indennizzo. Un esempio è dato dall’art. 1499 c.c.: “Salvo diversa pattuizione, qualora la cosa venduta e consegnata al compratore produca frutti o altri proventi, decorrono gli interessi sul prezzo, anche se questo non è ancora esigibile”. La ratio della norma è da identificarsi nell’esigenza – sulla base di una valutazione equitativa – di compensare il venditore del mancato godimento del prezzo del bene, che verrà pagato a rate, mentre l’acquirente può fin da subito godere e beneficiare dei frutti del bene acquistato [5].

Appartengono a questa categoria anche gli interessi sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno. Essi, tuttavia, non vanno confusi con gli interessi che scaturiscono per effetto della mora automatica del debitore a seguito di fatto illecito (art. 1219 c. 2 n. 1 c.c.), sicuramente di natura moratoria. Gli interessi compensativi, infatti, sorgono in un secondo momento, a far data dalla liquidazione del risarcimento del danno (comprensivo anche degli interessi moratori).

Infine, vi sono gli interessi moratori. Diversamente dagli interessi remunerativi, essi assolvono la funzione di risarcimento del danno e sono un effetto della mora del debitore.

Oltre a quanto si è già avuto modo di vedere a proposito degli interessi legali e convenzionali, nell’ambito degli interessi moratori si vede affiancarsi anche una disciplina speciale dettata per le transazioni commerciali dal d. lgs. 231/2002, per le quali si applica un saggio di interesse ad hoc.

La predetta disciplina speciale si applica anche nel caso indicato all’art. 1284 c. 4 c.c.: “Se le parti non ne hanno determinata la misura, dal momento in cui è proposta domanda giudiziale il saggio degli interessi legali è pari a quello previsto dalla legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali”.

Ipotizzando, per esempio, la costituzione in mora del debitore in data 1 marzo, da qui cominciano a decorrere gli interessi moratori al tasso legale ex art. 1284 c. 1 c.c. o – se si è in presenza di un soggetto a cui si applica la legge speciale – ex d. lgs. 231/2002, ovvero del diverso saggio convenuto dalle parti. La maturazione di tali interessi si interrompe con la proposizione della domanda giudiziale (per ipotesi, in data 1 maggio), momento dal quale cominciano a maturare interessi, a prescindere dalla natura del debitore, a norma del d. lgs. 231/2002 fino al momento del saldo effettivo. Gli interessi dal momento della proposizione della domanda giudiziale si calcolano esclusivamente sulla somma capitale, non tenendo in considerazione gli interessi già maturati dalla costituzione in mora.

[4] Per maggiori informazioni, si veda Cian Giorgio e Trabucchi Alberto, op. cit., art. 1282
[5] Bianca Massimo, Diritto civile, Vol. 4, Giuffrè, Milano, 2019

A seguito del loro ribassamento, può talvolta capitare che i tassi di interesse non solo scendano verso lo zero, ma diventino negativi.

In tal caso – tralasciando l’ipotesi in cui il tasso di interesse sia già positivo in sé – possono verificarsi due situazioni: la prima prevede che il tasso sia negativo, ma il risultato sia positivo grazie all’aggiunta dello spread (- 3% + 5 = 2%), la seconda prevede, invece, che il risultato sia negativo nonostante l’aggiunta dello spread (- 3% + 2 = – 1%). In quest’ultimo caso, le parti, in ossequio al principio generale di buona fede ex art. 1375 c.c., possono ricontrattare il tasso di interesse.

La nascita di queste situazioni problematiche, tuttavia, può essere preventivamente mitigata mediante l’utilizzo di tre clausole: la clasuola CAP, che prevede la fissazione di un tetto massimo agli interessi, la clausola FLOOR, che prevede la fissazione di una soglia minima, e la clausola COLLAR, la quale prevede la fissazione sia di una soglia minima sia di un tetto massimo.

Posto il divieto di pattuizione di interessi usurari, può capitare che un saggio, originariamente non usurario, lo diventi successivamente in seguito alla variazione del saggio legale.

Il problema è stato inizialmente affrontato dal Legislatore con il d. l. 394/2000, convertito in l. 24/2001, il quale ha stabilito che l’usurarietà o meno del saggio di interesse sia da valutarsi esclusivamente con riferimento al tempo della pattuizione, e nulla valga la divenuta usurarietà.

L’anatocismo è il fenomeno per cui gli interessi producono ulteriori interessi. La norma di riferimento è l’art. 1283 c.c., in base al quale “In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi”.

Innanzitutto, preme osservare che la norma riguarda gli interessi di qualunque tipologia, siano essi remunerativi o moratori. Trova altresì applicazione in relazione agli interessi scaturenti da crediti di lavoro, da prestazioni previdenziali e da clausola penale, mentre non si applica a quelli scaturenti da debiti di valore – come le obbligazioni risarcitorie – e in materia tributaria [6].

Gli interessi scaduti (gli interessi primari) devono essere tali da almeno sei mesi; dopo questo tempo, può essere proposta una domanda giudiziale specifica diretta a ottenere la condanna del debitore al pagamento degli interessi anatocistici. La domanda giudiziale non deve per forza essere proposta con la citazione introduttiva della lite, ma può anche avvenire con la forma del ricorso per ingiunzione. In appello, a norma dell’art. 345 c. 1 c.p.c., “possono […] domandarsi gli interessi […] maturati dopo la sentenza impugnata”.

Il tasso degli interessi anatocistici è quello legale, salvo che un saggio maggiore risulti da una convenzione scritta delle parti. Non esiste alcuna correlazione tra il saggio degli interessi anatocistici e quello degli interessi primari.

Gli usi contrari di cui all’art. 1283 c.c. sono da intendersi come usi normativi, e non usi negoziali.

L’anatocismo ha storicamente fatto sorgere numerosi problemi in ambito bancario, in quanto le banche invocavano gli usi per capitalizzare gli interessi su base trimestrale nelle operazioni di conto corrente. Nel 2013, il TUB ha sancito il divieto di anatocismo: nello specifico, l’art. 120 c. 2 TUB, così come modificato nel 2016, ha sancito che “il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi delle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che: a) nei rapporti di conto corrente o di conto di pagamento sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori, comunque non inferiore a un anno; gli interessi sono conteggiati il 31 dicembre di ciascun anno e, in ogni caso, al termine del rapporto per cui sono dovuti; b) gli interessi debitori maturati, ivi compresi quelli relativi a finanziamenti a valere su carte di credito, non possono produrre interessi ulteriori, salvo quelli di mora, e sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale; per le aperture di credito regolate in conto corrente e in conto di pagamento, per gli sconfinamenti anche in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido: 1) gli interessi debitori sono conteggiati al 31 dicembre e divengono esigibili il 1 marzo dell’anno successivo a quello in cui sono maturati; nel caso di chiusura definitiva del rapporto, gli interessi sono immediatamente esigibili; 2) il cliente può autorizzare, anche preventivamente, l’addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili; in questo caso la somma addebitata è considerata sorte capitale; l’autorizzazione è revocabile in ogni momento, purché prima che l’addebito abbia avuto luogo”. Dalla lettura della norma, pertanto, emerge che l’anatocismo sia possibile soltanto in un limitato caso, quello delle aperture di credito regolate in conto corrente e in conto di pagamento e per gli sconfinamenti, anche in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido, con l’autorizzazione del cliente – sempre revocabile – all’addebito degli interessi sul conto, con la loro trasformazione in sorte capitale.

[6] Cian Giorgio e Trabucchi Alberto, op. cit., art. 1283


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